|
La pagina
di Monica
Avevo solo dodici anni
Avevo solo dodici anni. Un
giorno di primavera sull’auto di mia madre che ci portava a quella
terribile scuola di danza. Pioveva… poco prima, in casa, avevamo
avuto una discussione, io non volevo andare in quel posto pieno
di ragazzini tutti uguali con i piedi storti, non volevo anch’io
somigliare a una papera, ma era il suo sogno. Non aveva potuto farlo
lei da ragazzina e lo desiderava per me, solita banale storia della
madre con i sogni incompiuti da fare compiere ai figli. Danza
l’avevo tre volte a settimana, i restanti giorni canto e pianoforte,
aveva assunto un maestro privato che veniva tre sere a settimana
in casa mia. Tranquillità zero. Forse per questo quel giorno
di primavera fu in qualche modo anche la mia liberazione. All’improvviso
le ruote sbandano, lei perde il controllo della macchina che slitta
sull’asfalto reso dalla pioggia scivoloso come sapone. La
macchina si ribalta e va a finire contro un palo della luce che
cade e finisce su di noi. Su di me. Sulla parte passeggero, proprio
sulle mie gambe. Lei sbatte la testa, sviene è inerme accanto a
me. Il dolore delle gambe mi fa urlare fortissimo, ma lei non sente,
urlo e la chiamo ma niente… non mi sente. Finisce in coma
per sessanta giorni, poi muore in silenzio così com’era stata per
un anno. Per quell’anno io non parlo, non cammino, non camminerò
mai più, non posso hanno amputato tutte e due le mie gambe. Seduta
sulla mia sedia a rotelle compongo melodie al pianoforte, piccolo
Cophin così come lei desiderava, piccolo Cophin senza gambe. Odiavo
danzare e questa è stata la punizione divina per avere fatto arrabbiare
mia madre proprio su quella macchina, l’ho uccisa è stata colpa
mia, questo è il mio prezzo da pagare. Se non vuoi danzare, non
avrai più le tue gambe, non sarai altro che un candido cigno storto.
Questo deve aver detto Dio puntando il suo divino dito sulla mia
testa. Mio padre non mi guarda più in faccia, forse mi odia, fa
il padre affettuoso eppure non mi guarda mai in faccia. L’unica
cosa di normale che mi è rimasta è proprio il viso, è rimasto consone
alla normale bellezza. Sembra il viso di un angelo, un angelo che
non può più volare, può solo suonare esprimersi in melodiose melodie.
Per un anno. Per il lungo anno di dolce sonno della mia mamma, l’angelo
non proferiva parola, troppo lo shock dicevano i medici, troppa
la paura che lei mi sentisse era la verità. Avevo paura e voglia
di svegliarla, lei dormiva, le sue palpebre incollate, la dolce
riga delle sue ciglia nere che ogni tanto tremava, avrei voluto
aprire quegli occhi con le mie mani, le mie piccole dita da pianista.
Lo diceva sempre lei, hai le dita lunghe saresti un ottimo pianista,
solo su questo eravamo d’accordo, la musica la amavo, e ora la musica
è la mia vita. Non posso fare nient’altro, non posso correre, camminare,
suonare è l’unico mio svago. Ho sempre avuto una vita solitaria,
poche amiche fin da bimba, figurati quando ho perso le gambe poi.
Da allora vivo in simbiosi con mio padre, quel padre che non mi
guarda in faccia, ma che io amo in modo morboso. Quando non ci sarà
più, cosa sarà di me? Orribile la vita di un fenomeno da baraccone.
Orribili gli sguardi della gente. Orribili quegli occhi che fanno
finta di non guardare, di non poggiare il loro sguardo su quei moncherini.
Quegli occhi immobili come quelle delle bambole. L’orrore
della falsa indifferenza. L’orrore della pena. L’orrore della miserabile
compassione. Io non voglio farvi pena non sono malata, non sono
deforme, hanno solo amputato le mie gambe. La notte, tanta di questa
gente mi sognerà, sarò sdraiata a pancia in giù impigliata tra i
miei capelli, starò strisciando sul pavimento, trascinando le mie
gambe mozzate. Sarò l’incubo. Gli zingari sulla strada, senza gambe,
senza magari un piede, sono guardati con disprezzo, molta
gente dice che si mozzano gli arti da soli, solo per fare pena.
A me guardano con aria da” guarda la povera storpia col viso d’angelo”,
guardala come sta immobile sulla sua carrozzina di velluto rosso,
guardala come muove gli arti superiori guarda come si dimenano quelle
candide ali da cigno, guarda come si muove con fatica, aiutiamola!
No no capirebbe la nostra pietà sorridiamole e andiamo avanti,
trattiamola come una persona normale. Io sono davvero normale, siete
voi a essere strani perché non accettate che si può vivere anche
così, si può essere belli pure così. I primi tempi i dottori mi
dicevano, ci sono le protesi, puoi metterle e camminare come prima
non se ne accorgerà nessuno, sai come quelle di quel pilota di formula
uno che è stato tranciato in due durante una gara, ora lui cammina
e sembra normale. “normale” sempre tutti fissati con questa cazzo
di normalità. Io non le ho mai volute mettere le protesi, mi fanno
impressione quelle cose di ferro a contatto coi miei moncherini,
non ho mai neanche volute provarle, e papà si disperava,ma ho sempre
avuto la meglio io, preferisco essere così. La povera sfortunata.
Mi sento come l’angelo storpio di dark demonia il libro di Isabella.
Stupenda la Santacroce, ho imparato ad apprezzarla qui in ospedale
quando non volevo più parlare, leggevo con gli occhi, seguivo le
righe in silenzio, col solo sottofondo del mio respiro.
Scrivi
le tue considerazioni all'autore.
|
|