Pensieri & Parole

Sono Solo Considerazioni

 La pagina di Giuseppe


Il calcio della scuola.

Sicuramente ci avete pensato anche Voi,
subito dopo una partita finita con la sconfitta della squadra
che ha giocato meglio, senza avere avuto aiuti straordinari
da parte dell'arbitro e senza che la fortuna abbia avuto
un ruolo determinante per il risultato, una di quelle partite
insomma, dove la squadra poi risultante perdente ha fatto
un gran numero di tiri in porta senza mettere la palla in rete
anche per la bravura del portiere avversario, mentre
la squadra vincente ha fatto un solo tiro in porta e ha segnato
quella rete che ha decretato la vittoria in suo favore.
Oggi con il calcio moderno e veloce è raro assistere ad una
partita del genere, anche perché il pubblico, soprattutto
televisivo, valuta le partite dal numero di reti segnate, come
valuta i film, forse contandoli inconsciamente, dal numero di morti;
ma in tempi non tanto lontani questo tipo di partite erano alla base
del successo e anche del fascino di famose squadre italiane.
Oggi contano i numeri e perché no! Viviamo in un sistema di mercato
ed è chiaro che "quando io pago un tot, voglio un tot di reti.
Non sono mica andato a vedere un balletto!"
Si potrebbe provare a organizzare un campionato di calcio artistico,
dove non contano più le reti, ma l'eleganza. Un campionato dove è il
pubblico a decretare la vittoria di una o dell'altra squadra,
ma sarebbe tutta un'altra cosa.
Immaginatene un altro tipo di calcio, uno in cui vengano giudicate solo
ed unicamente le fasi preparative, l'allenamento, la struttura del
gioco, lo schieramento, le intenzioni, lo scopo che si era prefisso
l'allenatore. In televisione verrebbero seguiti più gli allenamenti
che le partite stesse, i giocatori verrebbero pagati quindi anche
di conseguenza. Sarebbe un calcio assurdo!
Questo modo di procedere però esiste in molti settori della vita
quotidiana, ma ormai non ce ne accorgiamo più, perché è stato sempre
così e forse, chi lo sa, sarà per sempre così.
Uno di questi è la scuola.

Emigrazione scolastica

Ad ogni nuovo inizio d'anno scolastico molti bambini
del Sud si preparano ad emigrare in massa con i loro
pensieri verso il Nord, verso Milano, Brescia,
Bologna, Firenze. Le loro prime letture iniziano
infatti da lì; i paesaggi del Nord fanno da sfondo
alle loro lezioni, e così gli alunni iniziano il loro
primo "viaggio della speranza". A noi del Sud hanno
insegnato infatti che si viaggia solo per bisogno, per
lavoro, o per chiedere il miracolo a qualche santone
della medicina o qualche santo vero.
E dire che di chiese e di santi, nel Sud, ne abbiamo
da vendere: ma come può un popolo, al quale è stato
inculcato di non valere niente, pensare che i propri
santi riescano a fare miracoli? Padre Pio? Questo è il
miracolo! Fare capire che un uomo, anche se del Sud,
può fare miracoli. Ma come può un solo povero frate
affrontare la tracotanza di tanti santuari sparsi per
il mondo? Pareggiare il bilancio commerciale
trascendentale, che incide eccome nella bilancia dei
pagamenti? Eppure tutti gli uomini del Sud fanno
miracoli, anche se non soprannaturali. Per
sopravvivere.
Vi ricordate voi delle vostre prime lezioni? Io sì.
Ricordo che un giorno il mio insegnante di quinta era
uscito dalla classe. Ci stava raccontando della sua
Italia, delle sue città italiane, dei posti che aveva
visto. Aveva anche raccontato che Nino Bixio pernottò
nel palazzo dove lui abitava. Non credo che sapesse di
alcuni atti efferati compiuti da Bixio durante
l'occupazione del Regno di Sicilia. Era impregnato
della cultura scolastica standardizzata, quella dei
libri stampati a Brescia, e ce la tramandava. Io ero
seduto in fondo alla classe, ed alla parete era appesa
la carta geografica d'Italia. Durante un momento
d'assenza del maestro, mi girai e iniziai la mia
emigrazione. Non ricordo quanto sia durato il mio
primo viaggio da emigrato. Forse fu il silenzio a
riportarmi a casa. Mi girai e trovai il maestro che mi
guardava e con lui tutti i miei compagni. "Hai fatto
un bel viaggio? Ci racconti dove sei stato?". Ci fu
una grande risata. Loro non capivano. Forse non erano
stati attenti alle lezioni e non erano ancora pronti
ad emigrare. Avevo visitato i luoghi delle nostre
letture per immaginare dove sarei andato a finire da
emigrato. Il maestro prese al volo l'occasione, andò
alla carta geografica e fece fare a tutti il primo
viaggio immaginario. Ci chiese con che mezzo volessimo
viaggiare e ci fece girare con i ricordi dei suoi
viaggi, intercalati da incontri con ex-alunni divenuti
personaggi importanti, perché solo al Nord si riesce a
diventare qualcuno. Dopotutto, questo mio maestro è
stato per me il migliore. È lui che mi ha dato l'idea,
ora che vivo in Germania, di insegnare a scrivere in
Italiano ai figli degli emigranti, che parlano solo
tedesco. Non è facile scrivere. Scrivere di sé è un
po' come spogliarsi, e per spogliarsi ci vuole
l'ambiente adatto, bisogna sentirsi "bene". Poi
occorre superare dei tabù. Il primo tabù è che bisogna
dire sempre la verità, come se la verità fosse unica e
sola. Quando si incomincia a fare capire che ognuno di
noi ha le sue verità, che usa come meglio gli pare ed
a suo comodo, il tabù incomincia a vacillare.
All'inizio incominciano a scrivere:
"Questo corso di Italiano per me è una tortura: io non
ci verrei proprio, ma mia madre mi costringe e così
devo venire. Soprattutto non ci verrei perché dobbiamo
scrivere ogni volta delle storie e io non so cosa
scrivere e poi mi fa male la mano!
Ma che pazzo è 'sto maestro Tizza, che non si
accontenta mai e che vuole farci diventare tutti
giornalisti?..." Eppure, così cominciano a sognare e i
sogni portano le storie: ne avranno scritte ormai già
migliaia e ne sono contenti. Il mio maestro Giuseppe
Adamo sarebbe contento: lui non aveva figli e noi
alunni eravamo gli eredi della sua cultura, della
benevolenza che quel giorno ci trasmise nel farci
rivivere quel suo viaggio. Anche il suo nome, Giuseppe
(come il mio), e il suo cognome Adamo erano per me
tutto un programma. Sarà stata la mia immaginazione,
ma credo che in lui rivivesse l'antichissima storia di
Dio che lo crea e che da lui fa derivare tutto. Ma
quello che più ricordo è il sapere che lui tramandava
"ad arte". Un giorno ci fece andare a casa sua e ci
fece visitare gran parte del palazzo patrizio dove
abitava con sua moglie e una serva tuttofare; ricordo
la cucina con i suoi ottoni tutti luccicanti, come non
avevo visto mai, nelle cui stanze immaginavo quella
storica visita di Bixio, senza conoscere ancora la
vera storia del personaggio, ma soprattutto le
conseguenze nella vita mia e del paese di quella
visita. Questo viaggio rimase l'unica esperienza
extrascolastica nella scuola elementare. Ce ne fu
un'altra che avrebbe dovuto avere luogo, ma che rimase
solo nella fantasia del nostro maestro. Un giorno ci
portò degli assi di legno molto lunghi. Nella sua
fantasia li vedeva montati in un aliante, che lui
avrebbe tirato con la sua auto per la discesa della
collina su cui si trova il paese e, con dentro il più
coraggioso di noi, fino ad atterrare nella pianura
sottostante. Un modo di dire di noi meridionali è
"Sunu tuttu cori!" (Che cosa non ha insegnato a noi il
libro "Cuore"!) che spesso usiamo quando siamo con i
nostri corregionali. Ma molto spesso si dice anche: "E
cche un ci nn'avi ficutu?" "'nchia! Possibili chi
nunn'avi curaggiu!" Ecco, nella mia paura mi sentivo
già un pilota. Immaginavo Chiana, che tutti i
Niscemesi hanno visto guardando sempre e solo dal
belvedere, da un'altra prospettiva. Nella mia fantasia
mettevo le ali per andare chissà dove! Ma non avrei
mai immaginato di vivere qui dove mi trovo adesso. Non
riuscivo a vedere oltre la siepe del giorno dopo. La
Sicilia, che nel corso dei secoli ha ricevuto popoli
provenienti da tutte le parti della terra, rende al
mondo i suoi personaggi.

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