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La
pagina di Antoken 79
Il
re nero
La nel campo d’ocra ormai devastato
da inevitabile flagello ritto e fiero compare il re nero.
Senza scomporsi, egli osserva ciò che lo attornia e, la falce
che il suo sguardo precede passa in rassegna ogni presenza che compare
in quel momento.
Con sguardo altero egli scruta quei piccoli eserciti poco distanti,
disposti con rigore: i fanti altissimi lì schierati il cui
pennacchio d’elmo è scosso talvolta dalla brezza, lì
giunsero molti anni prima senza viaggiare e iniziarono l’assedio
che mai avrà fine.
Il nero signore, a tal punto, distende il cupo mantello e sembra
ormai spiccare il balzo per compiere davanti alla folla a lui suddita
l’ultimo atto… ma non è che un inganno perché egli
con un saltello impegna nuova posizione sulla piana.
Il re nero. I fanti bardati dell’armatura di scolorita corteccia
tutt’intorno. E vicino l’autunno decise di dimorare coricando al
suolo il suo corpo gelido avvolto nel manto di cielo opaco.
E fu il silenzio.
Breve
La mia gioia come quella della
parete d’alta montagna quando in agosto riceve il bacio del primo
sole, fresco e sincero, prima di abituarsi a quello di tarda mattinata
che con ipocrisia scaglia la propria luce ardente a soffocare l’erba
e a cuocere la roccia.
Nulla dura per molto, e l’illusione di spensierata gaiezza che manifesta
in quest’attimo attenderà l’inesorabile scontro della realtà
con noi stessi per ritornar senza vergogna.
Una sera al mare
Sono dentro la stanza dell’hotel
disteso sul letto, osservo. La luce del neon è abbastanza
intensa da definire bene ogni parte dell’arredo della camera: il
bianco panna dell’enorme armadio alla mia destra, la scrivania con
i cassetti, perfettamente davanti al mio letto e la luminosità
del nocciola chiaro sulle gambe del letto a castello alla mia sinistra
;
il piccolo televisore, appeso in alto sul muro si distingue perfettamente
dal resto dell’arredo, e l’attenzione rivolta verso la medesima
non rischia di essere traviata da nessun altro oggetto poiché
l’elettrodomestico è sito in un spazio proprio circondato
da una parete spoglia di qualsiasi altra cosa fino al piano liscio
e pulito della scrivania.
Le immagini del programma scorrono sullo schermo, rafforzate da
suoni e voci, che scandiscono lo svolgersi delle azioni nella scena;
tutto ciò crea un tutt’uno, un evento che partito da pochi
secondi sembra annientare in questo scorcio di realtà il
susseguirsi dei fatti accaduti nella giornata, dalla partenza per
il viaggio, fino all’epilogo di questo riposo serale, il cui sopirsi
dei riflessi stimolato dalla sazietà conferita dal pasto
serale da poco consumato, fa calare l’attenzione anche su cose comuni
che comunicano poco o niente. Scostando lo sguardo leggermente a
sinistra, questo, come inciampasse sullo spigolo dato dall’angolo
della parete col lato più stretto, imbocca l’uscita
per il terrazzo data dalla porta vetrata all’estrema sinistra della
stanza, e precipita a tutta velocità nella profondità
della tenebra li fuori, fino a sbattere contro l’ampia figura del
disco lunare.
L’oscurità sembra arrestarsi forzatamente sull’uscio del
balcone, sconfitta dalla luce artificiale della camera...…
…..e intanto nel silenzio della notte mentre le vie della cittadina
sono presso che deserte, sull’immensa distesa d’acqua le onde portano
a termine il lungo viaggio compiuto e, naufragando sulla riva liberano
in uno scrosciare la loro voce, il cui suono, crescendo di intensità
in pochi attimi scaturisce un fragore per un‘ampia distesa sul litorale;
questo mi fa pensare che dinanzi ho una massa di dimensioni impensabili
e, quel rumore che si propaga per chilometri, è il frutto
del suo scuotersi sulla superficie terrestre , sbattendo tra una
costa e l’altra come l’acqua dentro un calice fatto oscillare, ondeggia
in tumulto schiantandosi da una parte all’altra della liscia parete
interna per molto tempo, prima di fermarsi. Immenso.
La luna, proiettando la sua immagine luminosa nello specchio marino
da origine a una passerella scintillante, che sembra distendersi
a zigzag dalla riva e terminare nel punto in cui la luna sembra
appesa all’orizzonte, in un palco circolare dai contorni indefiniti.
Su questo sfondo di luce, che appare lontano da dove mi trovo eppur
vicino allo stesso tempo, cattura l’attenzione sulla scena il ballo
indiavolato della vela di una piccola barca, la cui figura colorata
dalla notte risalta nel mezzo della sagoma luminosa e la completa,
conferendo un accento dinamico alla quiete del paesaggio.
Guardo volentieri questo spettacolo notturno nella sua semplice
costruzione: la mia mente rallenta, i pensieri scorrono uno ad uno,
ma nel mio mare, affiora inevitabile con una punta di inquietudine
la domanda veloce come il sospiro: lei dov’è?
Ma dopo un po’ mi rendo conto che questo non ha importanza, mentre
dall’interno della stanza, si sentono le risate leggere e stanche
dei miei amici; meglio rientrare ora, prima di perdere altri pensieri
in quel mare scuro, che stasera sembra stregato dalla luna.
La torre, la statua e l’uomo
saggio
L’uomo costruì l’altissima
torre di vetro. Un altro costruì l’aquila di ferro col piumaggio
di vestito di sposa.
E i figli dell’occidente prosperarono beati: al levar del sole si
riempivano la pancia di cereali trasformati in mille forme, mentre
i figli dell’oriente ricoperti di umili vesti si cibavano di scorpioni
che correvano nel deserto, e vedendo nello specchio del mondo il
benessere dei loro simili impararono a fare del loro odio un dio
invincibile che li teneva in vita.
E fu così che l’aquila di ferro, cavalcata dal domatore pazzo,
si suicidò contro la torre di vetro riducendola in mille
pezzi.
Nella città della torre, per le strade, gli omini che rincorrevano
i loro affanni e che avevano sempre ignorato ciò che avveniva
al di fuori dei confini della loro città, assistendo alla
catastrofe smisero di correre e ricordarono ciò che fingevano
di dimenticare; nessuno più, guardò a destra o a sinistra
o in qualunque direzione: mentre la nube di fumo proveniente
dalle macerie, aggrediva selvaggiamente i rioni della città
urlando tronfia, verso le rovine della torre tutti gli sguardi divennero
uno.
In un altro posto, in un altro tempo, in una piazzetta di un piccolo
paese, una bianca statua della vergine iniziò a lacrimare
in volto: uomini e donne che transitavano lì attorno interruppero
ogni azione e agitandosi si guardarono in volto spaventati esclamando
:«Miracolo! Miracolo! E’ un segno del cielo! ». E dicendo
questo, gesticolavano senza senso. Soltanto un bambino, capitato
vicino al tempietto non si scompose e restò li, immobile,
con le mani in tasca a osservar la scena divertito.
Una donna, a lui poco distante, gli intimò più volte
a gran voce :« Spostati piccolo, non stare così vicino
alla statua della signora, con quella posa indifferente e con quello
sguardo beffardo, come volessi prenderti gioco di lei! ».
Ella temeva quel atteggiamento infantile come un ostacolo allo svolgersi
della manifestazione divina.
Il fanciullo lanciò uno sguardo al volto della scultorea
immagine e la guardò per qualche istante con compassione
e rispetto.
Ad un tratto si voltò verso la donna con aria infastidita
e portandosi il dito indice alla bocca con un gesto quasi impercettibile,
le indicò di zittirsi; detto ciò si inginocchiò
sull’aiuola circondante il sacrario e cominciò a pregare.
La folla creatasi attorno al piccolo sito lo ignorava discutendo
a gran voce sul da farsi.
Nel frattempo di tutto ciò, in un altro dove, in ogni luogo,
il signore con la barba simile alla chioma dorata di un salice piangente,
dimorando al di sopra del tutto osserva gli avvenimenti con lo sguardo
comprensivo e paziente che può esser avvertito da ogni uomo
come messaggio di speranza, attende sospirando che si ascoltino
i suoi preziosi consigli.
GUARDANDO IL MARE
(giorni di luglio in vacanza)
E mentre la collina, dall’alto
osserva silenziosa e impassibile, circondata da un cielo terso,
la sotto il mare esibisce il proprio impeto, simile ad ardore giovanile,
trasportando le onde schiumanti a impazzire contro la riva, mentre
il molo lungamente disteso, sembra inghiottirle, simile ad un imperturbabile
serpente di pietra.
Nella sua violenza, l’immenso marino sembra voler dimostrare il
carattere fiero e selvaggio della natura, alla faccia calma e civilizzata
del paesaggio marino di Diano. Egli non diventerà mai succube
del suo umano trasformarsi. Ma per me spettatore rimane solo la
spettacolare contrapposizione: la quiete artificiale, da una parte,
la furia selvaggia dall’altra.
Ma alla sera, mentre le luci sul lungo mare accendono un‘atmosfera
surreale, che avvolge il passeggiare della gente in uno spensierato
viavai, quando a volte, nel cielo si erge una
luna possente che trasforma la superficie dell’acqua in tenebroso
cristallo lucente che si espande in movimento al di fuori di una
indefinita forma planare, riversandosi blando sulla riva, egli,
nascosto da una pacifica oscurità nella notte che dorme,
poiché lui mai riposa nel suo continuo movimento tra l’immobilità
di altri elementi, decide di usare la sabbia della riva come
uno strumento, accarezzandone i granelli come le corde di un’arpa
e in quel momento, la sua voce si fa più gentile e armonica
come se avesse trovato la pace nella sua immensità.
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