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La pagina
di Alberto
VELENO
Entrò senza il minimo rumore, quasi
che tutto il mondo tacesse rispettosamente, e subito la mia mente
arrestò il suo normale corso per intraprenderne uno nuovo
e sconosciuto. L’assenza le aveva fatto bene: la sua bellezza mi
appariva ora con una dirompenza che mai aveva avuto. Neanche quando,
anni prima, mi seduceva dolcemente sfoggiando i benefici effetti
dell’estate. Mi appariva ora, in una cupa notte autunnale, colma
di una nuova e più profonda bellezza. Provavo per lei in
quei momenti l’adorazione più totale che la nostra mente
possa attribuire ad un’idea. Avevo dinnanzi ai miei immeritevoli
occhi il puro e semplice ideale della Bellezza. Congelato in un
lunghissimo istante rovente, quasi palpavo la completezza che scaturiva
dai suoi levigati lineamenti. Tutta l’aria intorno era colma della
sua forza, la sentivo quasi addosso. Non conoscevo affatto il motivo
di quella inaspettata visita, ne me lo domandai, semplicemente rimasi
immobile investito da quell’esplosione che, con la sua presenza,
aveva provocato. Il dolce ed invisibile silenzio morì quando
dalla sua bocca, la sua piccola, sanguigna bocca, uscirono poche
parole che sul momento non compresi ma che poi si fecero strada
nella mia mente restituendomi la cognizione del reale. "Mi
manchi" disse. E fu subito oblio. Sentii una lama rovente penetrare
le mie membra, riempiendole così completamente da annullarle.
Senza il mio lucido consenso la mia bocca si aprì e fu il
mio cuore a parlare: "Neanche per un istante, neanche per un
misero ed insignificante istante della monotona quotidianità
ho smesso di venerarti come una dea nel tempio del mio cuore!".
Un lento, caldo sorriso fu la sua risposta. Senza aspettare
il mio invito prese posto sulla poltrona di fronte a me, posando
sul basso tavolino che ci divideva una pesante bottiglia, colma
di uno scuro liquido nero come il mare notturno. "La tua lontananza
mi ha logorato, ma poterti rivedere ancora, come finora ho fatto
nei miei più folli sogni, mi riempie e mi completa. Sento
che la terra e tutti i suoi abitanti non esistono più per
me, basti tu a dare senso all’intero universo in cui vivo"
dissi "e finchè vivrò continuerò ad assaporare
lo sconosciuto balsamo che ora tu, generosamente dispensi".
Fui contrariato nel notare che le mie parole non sortirono alcun
effetto in lei che, operosamente, mesceva l’oscuro liquido in un
candido bicchiere, annullandone la pia trasparenza per dipingerlo
della più seducente oscurità, rendendolo quasi irreale.
Incuriosito dal suo gesto le domandai cosa mai fosse quell’inusuale
bevanda che mai avevo visto in tutta una vita. Candidamente e con
semplicità si mosse piano, sistemandosi più comodamente
sulla poltrona, lasciandomi godere dello spettacolo dei suoi sinuosi,
incantevoli movimenti. Appena ebbe trovato, con la comodità,
l’ordine delle idee, iniziò: "Io non sono altro che
una cornice. Sono la cornice del quadro che tu, egoista pittore,
riempi con colori e tinte che non mi appartengono ne mai saranno
mie. Ognuno di noi si innamora della bellezza. Questa è pura
proiezione di noi stessi e parte integrante di noi. L’hai riposta
in me perché io te l’ho ispirata e tu, tenace scultore, hai
modellato una donna che non esiste se non in te soltanto".
"Non posso credere che tu non esista" risposi "sarebbe
come affermare che il sole e la luna e l’intero mondo siano una
mera finzione…" "Ogni persona vive nel mondo che si
costruisce e, similmente, ama il suo personale amore". Irritato
dalle parole che mi furono rivolte riacquistai la lucidità
che lei, con la sua apparizione, mi aveva portato via e subito mi
insospettii: "Come sei entrata?" Le domandai. "Sono
entrata perché tu mi hai aperto" rispose "Non ho
lasciato questa mia triste poltrona per lunghe ore stanotte, e se
avessi sentito bussare lo ricorderei di certo… Ma niente di questo
è avvenuto! Come sei entrata?" "Sono entrata molti
anni fa e non ho mai abbandonato il mio posto, stanotte tu mi hai
chiamata perché mettessi fine alla tua disperazione, ed è
solo per questo che ora mi vedi, ed è solo per questo che
riempio per te il bicchiere dei ricordi, perché tu hai voluto
questo… Bevi ora! E non indugiare. Hai già deciso tanto tempo
fa cosa avresti fatto stanotte, non puoi più rimandare l’irrimandabile".
Il mio corpo si mosse da solo, sospinto da mille invisibili mani
che l’alzarono e gli fecero afferrare il freddo bicchiere. Avidamente
bevvi il caldo liquore venerato e ricaddi pesantemente sulla poltrona.
Tutto questo avvenne senza che lo volessi. Fu come se mi osservassi
dall’esterno senza potere, ne voler,fermarmi. Lei fu soddisfatta
e si alzò incamminandosi per la porta. "Dove vai?"
le chiesi preoccupato. "Ormai non ti servo più"
rispose, e già era sulla soglia. "Ti amo" le dissi
finalmente, e fu come morire per un istante. Fui svuotato e nudo
davanti a lei che lentamente si girò e, ancora una volta,
sorrise, sorrise d’un piacere pacato che tuttavia mi illuminò.
Quasi che il dubbio che mi aveva sempre accompagnato fosse destinato
a morire con me non ebbi alcuna risposta all’infuori di quell’unico,
triste sorriso. Si girò nuovamente, lasciandomi ammirare
la snella e nera figura e, lentamente e nel più assoluto
silenzio, lasciò la mia casa per non farvi mai più
ritorno. Dopo poco iniziarono i rantoli. Avevo bevuto il dolce veleno
dei ricordi e ora sarei irrimediabilmente morto. Tuttavia rimasi
immobile e calmo. Calmo d’una calma che si trova solo nei
pazzi e nei vecchi. Rimasi calmo e immobile, come ancora sono, aspettando
la mia fine.
SICCITA'
Lo scoprì un pomeriggio, fu ai
tempi in cui viveva fuori città, partecipando dell’eterna
giovinezza della natura. Amava infatti il sole, l’erba e quel forte
odore di terra umida dopo la malinconica pioggia, amava i suoni,
gli odori e la cantilenante musica del mare. Amava una donna. La
amava perché pensare a lei era come guardare il calmo mare
notturno, ascoltarla era come sentire il vento tra le dita ed il
suo corpo testimoniava appieno la prorompenza della vita. Tempo
addietro lei lo aveva accolto ed il ricordo della cedevolezza del
suo corpo snello ed elastico abitava ora in lui scaldandogli il
petto. Pensare che era stato scelto tra milioni lo faceva sentire
unico e, avendo osservato l’immensa profondità della sua
anima, decise subito che le loro vite dovessero legarsi. Lei era,
infatti, quello che lui aveva, sempre invano, cercato in ogni donna.
Vissero così insieme l’armonia dell’estate, l’incertezza
autunnale e la riflessività dell’inverno finché lei
partì, lasciandosi dietro solo una promessa e vivendo già
la dolcezza del ritorno. Furono mesi opachi, lui la immaginava nella
natura, trovandola nella freschezza dei boccioli e nella semplice
modestia della terra, gli era impossibile ascoltare il mare senza
riconoscere in quel suono la sua donna. Non passava un attimo senza
che lui non pensasse a lei, ormai lontana ma perennemente presente
ai suoi assetati occhi. Si diceva spesso che sarebbe presto tornata,
portando con sé il risveglio vitale della primavera, quando
anche il più piccolo bocciolo sarebbe stato uno splendido
fiore per festeggiare la gioia del ritorno. Eppure anche i più
bei fiori sono destinati a seccare al sole. Un pomeriggio il silenzio
calò sugli alberi e le nuvole rubarono la luce al mare che,
adirato, si agitò convulsamente. Lui si affacciò sull’enorme
prato che fronteggiava la sua piccola casa e scrutò diffidente
il cielo finché uscì, odiando le nuvole per la loro
arroganza. Mentre si trovava immerso in un cupo paesaggio anticipatamente
invernale vide qualcosa di ancor più strano: in lontananza
una dritta figura oscillava tra le piante e gli alberi, vestiva
pesanti drappi di velluto scurissimo che risaltavano sul verde dello
sfondo. Camminava così lentamente, e nella sua direzione,
da sembrare quasi ferma: un nero tronco abbandonato da tutti i suoi
rami. All'inquietudine della lunga attesa subentrò il fuoco
dello stupore e i tremiti della subdola disperazione. Era una donna…
era la sua donna. Il velluto le copriva il capo e rendeva appena
intuibile la forma del corpo che nascondeva, eppure, avvicinatosi,
lo aveva salutato come solo lei avrebbe potuto fare. La sua voce
non aveva più la freschezza del vento, ma l’accecante vuoto
della morte. Quando si scoprì il volto i suoi occhi, prima
brillanti della luce dell’amore si imposero alla sua attenzione
con la loro inespressività. I rotondi zigomi erano ora scarni
e la pelle sembrava del colore del marmo, solcata dall’azzurro delle
vene. La sua bocca, prima rossa e sanguigna, aveva lasciato il posto
alle sottili labbra grigie che si contrassero senza volontà
lasciando uscire una piccola parola di saluto che suonava più
come un sospiro. Il silenzio che seguì fu lunghissimo. Lui
tentava vanamente di svegliarsi da quello che, certamente, doveva
essere un incubo, ma quegli occhi spenti rimanevano immobili trafiggendogli
il petto con mille spille. La disperazione aprì la strada
al folle orrore e, rimanendo perfettamente immobile fu costretto
a sentire un nuovo lamento uscire da quelle labbra morte. Una sola
parola. Cadde a terra divorato, e spasmodicamente abbandonò
la vita. Non sentiva più il mare, né vedeva la luce;
il calore non esisteva più, e lui, sposo della vita, divenne
soltanto un suo rapido pasto.
L’ATTESA
E LA VENA
“L’unico modo per liberarsi dalle tentazioni
è cedervi” O.Wilde.
Dopo quindici tristi minuti distolse lo sguardo
imbambolato dalla porta della sua camera: era finalmente tornato
in sé, ritrovando la cognizione del tempo e dello spazio.
Aveva passato anche l’ultima giornata a domandarsi quanto ancora
sarebbe durata l’attesa. Era questa infatti l’attività che
più lo occupava, dalla mattina, quando, con il dolce sapore
dei più felici sogni in bocca, si svegliava, fino alle lunghe
notti insonni che trascorreva immergendosi nel proprio dolore fino
a diventare carnefice di se stesso. Quello che aspettava, e che
ogni notte sognava, era semplicemente la sua realizzazione: Lei,
l’altra metà di noi, l’anima gemella, l’amante, l’amica,
la complice… Non era innamorato di una donna in particolare, no.
Semplicemente amava la “summa” ideale delle caratteristiche dell’amore:
era innamorato di un’idea. Conosceva bene la sensazione che si prova
nel realizzarsi sentimentalmente e riprovava questo dolcissimo senso
di completezza ogni notte, quando si vedeva con Lei in milioni
di situazioni diverse ma sempre con la stessa realizzata serenità
di chi sa di aver trovato ciò che stava cercando. Erano sogni
splendidi che, al risveglio, si tramutavano in incubi. Abbandonato
da quelle enormi emozioni, infatti, si ritrovava davanti ad un’altra
giornata uguale alla precedente, e cioè irrimediabilmente
già spesa nell’attesa, fredda e sottile lama della sua anima.
Si domandava ora perché mai si fosse bloccato nell’estatica
contemplazione della maniglia della sua porta, era sì una
bella maniglia, ma non così bella da meritare ben quindici
minuti… Il suo sguardo era sulla maniglia, ma i suoi pensieri? Quanto
può essere profondo il baratro che separa ciò che
siamo da ciò che vorremmo essere? In questo baratro era appunto
caduto, per quindici eterni minuti, durante i quali i suoi cinque
sensi avevano finalmente smesso di comunicargli la sua trite condizione.
Amare un’idea è logorante, si è sempre nel desiderio,
accompagnati dalla consapevolezza dell’enorme lontananza della realizzazione.
Si è passivi spettatori della propria inutilità. Inutilmente,
appunto, aveva fissato la sua porta e, inutilmente, l’aspettava
quando si accorse che la sua barba era ormai troppo lunga… Decise
allora di impiegare le sue sprecate energie alla rasatura, e fu
così che si ritrovò faccia a faccia con la sua immagine
riflessa, con un lungo rasoio in mano… Fu un attimo: il pensiero
lo sfiorò appena e già egli ne fu succube. Inizialmente
la sua razionalità allontanò la subdola idea che,
ciononostante, lo sedusse a tal punto che radendosi indugiava con
la lama sulla gola, come l’amante che prolunga le carezze per godere
dell’eccitazione dell’attesa. Così, lentamente, finì
di radersi, tuttavia continuò ancora a fissare il suo collo
nello specchio, e teneva ancora in mano lo splendido rasoio, di
cui ora carezzava la lama riscaldata dall’acqua. Gli venne in mente
una frase letta tempo prima: ” L’unico
modo per liberarsi dalle tentazioni è cedervi”, ma non riusciva
più a ricordare chi l’avesse scritto… De Sade, o forse Poe?
Con questi pensieri in testa aveva nel frattempo individuato la
vena giusta, larga e pulsante di sangue. La immaginava sotto la
sua carne, quasi la vedeva affiorare dall’immagine nello specchio…
Amleto… Essere o non essere? Quale uomo è il più coraggioso:
chi vive soffrendo o chi si fa suicida? Aveva sempre pensato che
ci volesse più coraggio a porre fine alla propria vita, eppure
ora, ripensando alle sue difficili giornate, realizzava che portare
avanti la sua inutile vita richiedeva un’incredibile dose di coraggio,
mentre recidere una piccola vena, appena qualche millimetro sotto
la sua pelle, sarebbe stato forse più facile che svegliarsi
ogni mattina nella delusione della disillusione del solito sogno,
sarebbe stato sicuramente più facile che cercare mille espedienti
per far trascorrere veloce il tempo e allontanare la consapevolezza
di sé dalla propria mente… La consapevolezza di sé…
Aveva l’illusione di allontanarsene ma persisteva in lui perennemente,
era lo sfondo sul quale si muoveva in ogni attimo del suo tempo.
Trovandosi davanti allo specchio ebbe l’ennesima occasione di ammirarsi,
apprezzava, infatti, l’immagine riflessa e, spesso, si ritrovava
fermo davanti allo specchio nella contemplazione delle sue fattezze,
splendide ai suoi occhi. La verità è che si amava.
Da quando era nato aveva avuto un morboso interesse per la sua persona,
si notava dall’attenzione che aveva sempre posto nella cura del
suo corpo. Non amava solo il suo aspetto, bensì anche, e
soprattutto, la propria interiorità, che stimava rara e profonda
e che lo faceva sentire “migliore” di tutte le persone che incontrava.
Come si spiega allora che la perversa pianta del suicidio avesse
trovato in lui terreno fertile? Quanto è forte il seme della
perversità per attecchire in un deserto fatto di autostima
e narcisismo? La linea tra amore e odio è sottilissima,
invisibile… Dall’uno può avere origine l’altro, sono composti
esattamente della stessa “materia”. Così pensava un
narcisista consapevole mentre, sedotto da un rasoio, si accarezzava
la gola, studiando la sua anatomia alla ricerca di una piccola vena.
Ogni volta che riavrà un rasoio in mano ricorderà
perfettamente il punto in cui la vena è più in superficie
e si lascerà ancora una volta sedurre dalla calda lama che
potrebbe liberarlo. Il coraggio che gli occorrerà per risolversi
è alla sua portata, è solo questione di tempo. Prenderà
mai una decisione? Affonderà finalmente la lama fino ad interrompere
la vena che lo condanna ad un’eterna, spossante attesa? Questo a
lui non è dato saperlo, non conosce né il giorno né
l’ora in cui deciderà. E’ questo il suo eterno destino, il
destino di chi si innamora delle idee: si è sempre nel desiderio,
accompagnati dalla consapevolezza dell’enorme lontananza della realizzazione.
BATTITO DI CIGLIA
Quanto è lungo il tempo quando si aspetta
qualcosa…
E quanto è lungo quando non conosciamo neanche ciò
che aspettiamo,e aspettiamo quindi di conoscerlo?
Sono come un viaggiatore che sconosce la sua meta e la cerca girando
tutto il mondo,che non sarà mai sazio di panorami esotici
finché un solo attimo di contemplazione della sua tanto sospirata
meta lo riempirà per sempre e lo convincerà a finire
li i suoi giorni.
Tutti cerchiamo la nostra isola. Pochi sono quelli che la trovano
senza sforzo. Il più delle volte,infatti,per trovarla bisogna
affrontare le più angustianti sofferenze.
Il mio viaggio iniziò molti anni fa,quando raccolsi quel
poco che mi bastava e partii lasciandomi dietro il superfluo,la
rabbia e una grande quantità di rimorsi. Le lacrime del pentimento
mi bagnarono il volto ma mi feci forza ripetendomi che stavo cercando
la mia isola,dove tutto sarebbe stato felicità.
Posso dire di aver macinato più chilometri io
che tutti i treni della mia città natale,eppure,dopo
aver visto tutto il mondo,non ho mai provato la gioia dell’arrivo.
Mi sentivo sempre in transito…
Non arriverò mai,forse perché non so arrivare.
Nella mia vita non ho mai messo virgole,né punti.
Non ho mai sbattuto le ciglia.
Scrivi
le tue considerazioni all'autore.
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